Il tempo e l'acqua - Andri Snær Magnason
Ho conosciuto la mia bisnonna, che è vissuta novantasei anni. Era nata nel 1914. Centosette anni fa. Se vivrò altrettanto, morirò nel 2077. Mio nipote avrà cinquantanove anni e sarà padre di ragazzi che avranno conosciuto una zia nata nel 1981. Se anche lui vivrà novantasei anni, morirà nel 2114. Tempi che sembrano lunghissimi, sono “solo” la vita di una persona che si intreccia quella di un’altra, generazione dopo generazione.
Il tempo racconta le nostre vite, viaggia in una sola direzione e spesso, se guardiamo indietro, ha il sapore del sogno e la consistenza del mito. Il tempo è inafferrabile e inesorabile, per questo raccontiamo storie: per fissare eventi, fatti, persone. Il tempo è lo strumento per immaginare il futuro, capire dove stiamo andando. Dove vogliamo andare.
L’acqua è l’essenza stessa della vita sulla Terra. Senz’acqua non possiamo immaginare il passato, il presente, il futuro. Intere civiltà sono fiorite solo grazie all'acqua. L’aridità della sua assenza, anche solo in teoria, ci infonde un senso di tristezza e disagio. La Terra è il pianeta blu, il pianeta dell’acqua.
Il tempo e l’acqua sono anche i due elementi che hanno creato tutti i ghiacciai del mondo. Miliardi di tonnellate d’acqua in miliardi di anni hanno fatto quelle cose fredde e un po’ infide da cui nascono le migliaia di fiumi lungo i quali l’umanità si è fermata ed è cresciuta.
Il tempo e l’acqua stanno finendo: i ghiacciai si sciolgono, scompaiono a un ritmo mai visto prima. L’intero equilibrio della vita sta per saltare. A meno che non facciamo qualcosa.
Andri Snær Magnason, in uno stile che ricorda a tratti Fredrik Sjöberg per la leggerezza e la mitezza con cui ti sbatte in faccia anche le peggiori realtà, racconta di ciò che più gli sta a cuore, aumentare la consapevolezza dei rischi e dei pericoli legati al riscaldamento globale, parlandone pochissimo. Per lo più narra della sua famiglia, gente ordinaria straordinaria (con tanto di foto); della sua Islanda, una terra in cui l’acqua domina in tutte e tre sue forme; del mondo e delle esperienze che ne ha fatto.
E mentre racconta di ciò che è stato, mostra ciò che è ora, dipinge ciò che sarà. Tira fuori i dati, li racconta meglio di qualsiasi divulgatore, ma soprattutto narra fatti. Non tanto cose epocali, ma eventi che ognuno di noi può riscontare nella propria esperienza: un fiume caro che si inaridisce di anno in anno, paesaggi che si impoveriscono e muoiono sotto la spinta del capitale a tutti i costi. Ti coinvolge e ti sconvolge. Ti impedisce di essere (o di continuare a essere) indifferente, perché le prove ce le hai sotto agli occhi, da quello che c’è oltre la finestra di casa a quello che leggi o non leggi sui quotidiani.
Andri Snær Magnason sa che le parole sono importanti: la realtà è un oggetto socialmente costruito e condiviso proprio con le parole. Nessuno di noi è in grado di pensare senza le parole. E forse sono proprio le parole giuste quelle che mancano agli scienziati quando illustrano i dati. Perché troppo spesso gli scienziati non sanno raccontare, snocciolano dati che non ci toccano, che non ci parlano. E allora serve che i narratori di mestiere si mettano d’impegno per raccontare quest’era in cui l’uomo ha dato una spinta al tempo del mondo così forte che rischia di consumare l’acqua.
Eppure no, questo libro non è catastrofista e non è militante. È pacato. Mi vien da dire che è proprio islandese. Ha il pregio di riflettere e far riflettere, di illustrare scenari probabili, nel bene e nel male. Prende un fatto - il cambiamento climatico - lo mette sul piatto e dice: ora possiamo fare questo o questo. Ma non possiamo non fare niente. Come le gocce di pioggia per il mare e i secondi per il tempo, tutto, anche le azioni più minute, concorrono ad arginare e a risolvere problema. Il 2050 è dietro l’angolo. Nel 2050 io avrò sessantanove anni, mio nipote trenta. È un futuro vicinissimo: c’è poco tempo e tanta acqua da salvare, molti fuochi da spegnere.
Il cuore dell'uomo

Autore: Jón Kalman Stefánsson
Editore: Iperborea
Valutazione: 10/10
Questo libro, come tutti i libri di Stefànsson, chiede di essere letto lentamente, gustato poche pagine per volta.
Questo libro, come tutti i libri di Stefànsson, sarebbe sottolineato per tre quarti, se avessi l'abitudine di sottolineare i passaggi che mi colpiscono.

Storia di Àsta

Autore: Jón Kalman Stefánsson
Editore: Iperborea
Valutazione: 10/10
La prima cosa che mi viene da dire su questo libro è: tutti meritano un libro così, una volta nella vita. Per fortuna non sono pochi, i libri così, anche se, nel mare di pubblicazioni strillone che ci circorda, rischia di passare inosservato, modesto, tanto sicuro di sé da starsene lì in silenzio, ad aspettare che ti accorga di lui. E se non lo fai, tanto peggio per te. Dico "libri", ma intendo "storie", modi di raccontare. Storie con la spina dorsale, fatte per durare molto più dei loro supporti, dei loro autori, dei loro lettori.
E uno se lo merita un libro così, di tanto in tanto, perché è necessario e doveroso sentire il respiro dell’anima che si distende, che percorre strade, vite, tempi che trascendono noi stessi, e che si fonde con le anime altrui di carne e di carta, per andare a riunirsi all’universo da cui proviene.
Uno se lo merita un libro così, non tanto, e non solo, perché è scritto bene, ma perché ti pungola nei sentimenti, ti fa scendere in meandri di vita che non puoi aver vissuto, eppure ti appartengono come se li avessi appena toccati con mano. Ti dà la misura della distanza che c’è tra te e gli altri, specie se vivono in capo al mondo, mentre tu te ne stai comodamente alle soglie dell’equatore, e ti dà la misura di quanto quella distanza sia nulla: spazio e tempo perdono di senso, diventano irrilevanti. Non c’è pagina in cui non si ritrovi un elemento in cui immedesimarsi, e no, non sempre riguardano la protagonista. La cui storia è raccontata dalle origini, sfilacciata, messa allo specchio, pesata, filtrata dai suoi occhi, da chi le sta vicino, da chi incontra, ama, odia, dal tempo, dai ricordi. Da chi la ama e da chi la odia. È un movimento ondoso: come il mare rimescola l’acqua, così si rimescolano le parti di questa storia, che non perde mai il filo e il senso, perché un’onda è un’onda, anche se la sua acqua continua a muoversi e mescolarsi nel mare.
Se avessi voluto pubblicare una citazione ogni volta che mi sono imbattuta in una frase, una battuta che mi ha colpita, probabilmente avrei finito col citare tutto il libro, con buona pace della legge sul copyright.
Àsta è un personaggio con cui ho poco da spartire e che riconosco come sorella per tanti motivi. È la dichiarata protagonista del libro, ma in realtà è solo una delle vestali del vero protagonista: il desiderio. La smania che anima i sentimenti viscerali e profondi, il terremoto che crea vite e le distrugge. Imbrigliare il desiderio vuol dire morire dentro, lasciarlo brado implica sacrificarsi al suo altare, e ci vuole la morte per farci ammettere le verità da cui scappiamo, di cui non vogliamo essere consapevoli, che ignoriamo perché sono troppo grandi per noi.
“Che altro è l’essere umano, se non desiderio?” è la frase in quarta di copertina. L'unica. È enorme. È la domanda che muove l’intera storia, un interrogativo a cui viene data risposta con la storia di Àsta. O forse no. Esiste davvero una sola risposta?
Buona lettura a tutti.


