La regina del silenzio

Nelle settimane scorse ho scoperto, grazie a un post su Fb della casa editrice La Nave di Teseo, questo libro di Paolo Rumiz. I miei neuroni, il mio cuore, tutto, ha urlato: "DEVI LEGGERLO!".
Perché? Be', da ragazzina scribacchiavo cose in inglese la cui protagonista era The Queen of Silence, che nella mia mente era un personaggio alla ricerca di qualcuno (o qualcosa) che rappresentava la sua liberazione, ma anche la minaccia più grande alla sua vita. È una presenza che a volte mi torna tra le mani, in punta di penna, e non so perché, sempre e solo in inglese. Non so che volto abbia, è tutta occhi, e la conosco per lo più attraverso la voce di chi la cerca, la minaccia e la ama (tutto a un tempo).
La regina di Rumiz è una donna orribile, praticante la magina nera, che odia la felicità e riduce al silenzio il popolo togliendogli prima la musica, poi anche le vocali, di modo che anche il semplice parlare non abbia alcuna inflessione lieta. A un certo punto riesce perfino a imprigionare Eco, una divinità la cui voce è riconosciuta dalla natura quale voce del potere salvifico. A combattere la regina si troverà una ragazzina cresciuta senza musica che la musica ce l'ha nel sangue. Abbiamo un'eroina, insomma. C'è poco da far spoiler: è una storia di bene e male, di elementi mitici e fiabeschi. Come finisce, potete immaginarlo da voi.
Rumiz ci dice che la fiaba è scritta per essere letta ad alta voce e accompagnata da una serie di opere musicali, poiché è nata accompagnata dalla musica.
L'edizione è completata dalle illustrazioni di Cosimo Miorelli e dalle calligrafie di Pietro Porro. È un libro che prima di Natale ci sta proprio bene: conforta, rassicura, diverte, riscalda.

È una storia di quelle di cui si arriva a sentire la mancanza, a cui si torna periodicamente solo per avere conferma che sono ancora lì, ancora uguali a sé stesse, e che siamo cambiati noi, sono cambiati i nostri occhi, e nonostante questo siamo ancora in grado di amarne i personaggi, le avventure, il mondo.
L'eternità in una manciata di parole è una storia come questa. E pazienza se qualcuno la bolla "per bambini". Se fa respirare, se consola l'anima, meglio tenersela stretta.
Analisi di un libro deludente
Ieri ho letto "Tutto ma non il mio tailleur" di Cecile Bertod.
Acquistato in ebook durante un'offerta lampo di Amazon.
Recensione breve: questa storia ha lo spessore della pellicola da cucina.
Recensione estesa
Sospettavo già che non fosse il mio genere, ne ho avuto ampia conferma, ma sono rimasta colpita da come certi stili possano far apparire gli Harmony degli anni '80 quasi come esempi di letteratura. E credetemi, a me di Harmony negli anni '80 ne hanno regalati un bel po', convinti che li avrei graditi più di Salgari per il quale, secondo alcuni, ero troppo cresciuta.
Alert, gente: non si è mai troppo adulti per leggere Salgari.
Da dove inizio?
La storia è narrata in prima persona e il tono vorrebbe essere ironico, ma proprio non ce la fa. Lei sembra solo un'isterica frustrata nemmeno tanto intelligente.
Si comincia con una scena in cui prevalgono dialoghi in cui non si capisce chi dice cosa: non te lo dicono. Poi a un certo punto un editor pio deve essersi accorto che era il caso di spiegarlo e quindi apprendiamo in modo vago le identità delle oche starnazzanti di cui abbiamo ascoltato le voci (e quasi tutte non compariranno mai più nella storia).
Siamo a Londra, e non perché ci vengano dati dettagli in proposito, ma solo perché a un certo punto compare il riferimento alla City, se no, una città anglofona valeva l'altra.
Lei è una ventottenne in carriera, lavora in banca, il futuro marito è un super-avvocato della City e lei lo trova a scoparsi una delle sue clienti. Si ubriaca e tra le nebbie dell'alcol accetta un incarico in Scozia.
Bla bla bla, fa una sciocchezza con l'auto (come tutti quelli che usano il navigatore senza azionare anche il cervello) e comincia a odiare il paese prima ancora di arrivarci. Non sopporta la cordialità locale e la sua unica preoccupazione sono i germi, la connessione a internet, i suoi tailleur.
[spoiler] Il primo tizio che incontra è uno che dopo tre parole ti appare come un informe ammasso di addominali che cammina: all'inizio è definito "reggae" poi diventa "metal", ma non so dire se per una commistione di gusti musicali; se perché a un tratto un'etichetta diventa sinonimo di "scopabile" più dell'altra; o se perché per l'autrice le due sono, spero di no, sinonimi. Capisci che lei prima o poi ci finisce a letto e sull'altare, perché: che altro potrebbe fare?
Lei diventa la sua recalcitrante affittuaria, lo tratta male; lui la prende in giro e la corteggia; l'ex torna; lei ci va a letto illusa (idiota) che lui la ami davvero salvo poi scoprire che va sempre a letto con l'altra (ma dai?); prova a uscire con un terzo che in apparenza è la fotocopia dell'ex; l'ammasso di addominali la prende male e lei ci va a letto modello scopamici (davanti a lui diventa sempre una bambolina di pezza: e meno male che è una che ha fatto carriera nella City!); in tutto questo la carriera della signorina pare andare a rotoli e non si è fatta altri amici in paese se non l'edicolante che le mette da parte il Times.
Colpo di mano: lei diventa la stalker di un'anziana ereditiera la cui ricchezza le consente di salvare la filiale che era andata a chiudere, diventa l'eroina locale e bum!: le offrono promozione immediata con rientro alla sede centrale di Londra. Lei organizza la partenza, il paese si rattrista, mr. addominali la prende male, lei s'inalbera salvo poi cadergli tra le braccia come una pera cotta. Il tutto in sei mesi. [fine spoiler]
Insomma, ascoltiamo una spocchiosa "civilizzata" sparare a zero sui campagnoli e su qualsiasi altra cosa, con un umore che fa le montagne russe tra la rabbia, la disperazione e la vendetta. In mezzo troviamo la "stitichezza emotiva" (cit.) e il suo desiderio di tornare quanto prima alla civiltà, manco fosse custodita solo a Londra. I suoi sproloqui sono esasperanti, vuoti. È un personaggio superficiale, che resta superficiale per tutta la storia. Non c'è una sola considerazione che fa che possa essere degna di nota.
Pure mr. addominali è un tantinello umorale, ma è ammantato di un'aura di genuinità che deve rendercelo simpatico, adorabile, irresistibile e desiderabile.
Siamo d'accordo sul fatto che questo non è il mio genere, ma non per questo il libro non avrebbe potuto piacermi, né doveva obbligatoriamente essere scritto male.
La disattenzione per i dettagli però, come accennavo, è imbarazzante.
Tutta la storia, salvo le primissime scene, è ambientata in Scozia. Peccato che di questa bellissima regione sappia dirci solo che: piove, il cielo è grigio, le strade sono un pantano. Non una bella mucca scozzese che rumina in campagna, non un tartan (nemmeno alla festa campagnola per un tocco folk!), non un campo d'erica o un lungofiume.
Sapete, ho guardato su Google Maps: Turriff non solo esiste, ma ha perfino un golf club. Invece, a detta di Cecile, pur vivendoci quasi seimila persone, non c'è un cinema, non c'è un teatro, né un luogo ricreativo che non sia il pub in cui lavora mr. addominali. Non ci sono nemmeno mezzi pubblici e taxi. È uno scherzo, ho pensato. Invece no. A quanto pare tutte queste brave persone vivono in un crocicchio di strade tra la banca, il pub, il municipio, e casa di mr. addominali (salvo l'ereditiera, che ha la sua magione fuori città, ovviamente).
Al di là delle prevedibili(ssime) evoluzioni della storia, i dialoghi sono troppi e scritti pure maluccio. E no, io non sono una cima a scrivere dialoghi, ma ne ho letti tanti e di migliori, pure negli Harmony. Questi sono scadenti, disseminati di puntini sospensivi e virgolette. Non c'è un intercalare che sia in odore di parlata locale, non trovate un aye nemmeno per sbaglio, in questo libro.
Da qualche parte nella storia, mr. addominali mette su "una canzone dei Guns'n'Roses". Quale? Mistero. L'autrice a quanto pare non le conosce e quindi non sa quale può essere più adatta al momento in cui ritiene che la protagonista debba farci sapere che, anche se non le sono mai piaciuti i Guns, quella canzone comunque non era troppo male.
Cecile: i Guns sono, a torto o a ragione (a ragione!), tra le band che hanno fatto la storia, nel bene e nel male. Se non li conosci, un consiglio accorato: scegli un James Blunt qualsiasi e togliti d'impaccio.
La protagonista non matura di una virgola dall'inizio alla fine della storia, non c'è un'evoluzione, i suoi pensieri sono poco approfonditi, il suo sentire è lasciato alla nostra immaginazione. I personaggi secondari sono ombre.
Insomma, la mia domanda è: come fanno le persone a farsi piacere - a indentificarsi! - queste storie?




