Questo libro, più ancora degli altri libri di Stefànsson che ho letto, è denso: trabocca d'Islanda, ovviamente, e di umanità. Un'umanità dal cuore profondo, struggente, ironico. Crudele.
Dal racconto di un microcosmo, di una, mille vite, si dipana il racconto dell'essere umano in tutta la sua grandezza, in tutto il suo insignificante movimento esistenziale. Un grido, che è anche un'ode al saper vivere, che riporta alla mente la filosofia di Heidegger, l'antropologia di De Martino: la disperazione dell'uomo di attraversare la Storia senza lasciare un segno del proprio passaggio. Il ricorso alla magia, alla parola, per affermare che sì, ci siamo stati, siamo esistiti anche noi.
Una lettura raccomandata, perché necessaria.
Una volta di più, mi ritrovo a pensare che quest'uomo - con la sua scelta di raccontare lentamente e di scavare in profondità, sia uno dei pochissimi candidati degni del Nobel.